PRIMITIVI

“Introduzione”



Il viaggio, il saggio, la donna, il totem, i quattro elementi ed altro ancora, sono di per sé termini evocativi ed intriganti perché ci traghettano in un “tempo non tempo”, come il critico d’arte Lodovico Gierut ama definire i nostri primordi, nell’alba della civiltà umana, oppure in quei tempi che filosofia e letteratura hanno definito “età dell’oro”, alludendo ad una primigenia innocenza, nella quale il legame con la natura era intimo e stretto. Il viaggiatore, non il turista, è pellegrino dell’animo, alla ricerca di qualcosa di immateriale, di una comunicazione interiore che non può essere fissata dalle fotografie e che si esprime solo (e non sempre) negli scritti o nell’arte. Può essere un incontro come in Giuseppe Maiorana, una sensazione, un’emozione, è comunque qualcosa che rimane inciso nella nostra mente con una forza inaudita e consolatoria, anche se ne possiamo cogliere il significato a posteriori. Nel caso di Maiorana la potenza di un incontro, maturato nel tempo ha addirittura impresso una svolta di vita e approfondimenti dell’inconscio rivoluzionari. La scelta delle forme d’arte attraverso le quali ci si può esprimere, è l’espressione del nostro io interiore più che l’adesione ad una determinata corrente di pensiero: talvolta esse coincidono temporalmente e possono essere influenzate dall’esterno, ma nel vero artista emergono prepotenti e libere. Penso ad una Sistina le cui figure sono l’espressione della volontà artistica di Michelangelo, nuove e provocatorie rispetto all’arte circostante, alle “Demoiselles d’Avignon” di Picasso, a Mirò, a Kandinsky, a tanti altri in cui l’urgenza dell’espressione è andata contro a stilemi definiti.

Quando mi sono trovata davanti alle opere di Maiorana ho subito pensato che erano “sculture del silenzio”, in cui il colloquio tra l’osservatore e la creazione artistica può avvenire solo se se ne coglie il messaggio antico e archetipico, nel quale il silenzio è il mezzo di comunicazione privilegiato. Era inevitabile il riferimento alla psicologia junghiana, all’inconscio collettivo, a tutto quel mondo di ingenuità naturale e spontaneità legata alle forze della natura, contro cui sta marciando la nostra epoca, con le sue necessità indotte e il frastuono di troppe parole.

Il riferimento al mito avvalora ancora di più la tematica di un patrimonio comune a tutti che, in modo conscio o inconsapevole, emerge dalle profondità della nostra mente; ed ecco le simboliche sculture di Maiorana, i volti che lo scorrere delle generazioni ha levigato, i corpi definiti nelle loro caratteristiche essenziali che conservano però un messaggio eterno.

Un dono significativo che l’artista ha ricevuto, espresso, con infinite varianti, nel volto accolto dalle sue mani e ripetuto immutabile nelle altre sculture, di cui il corpo rivela la natura; maschili o femminili, affioranti dal mito o dagli archetipi. Nel “Viaggio” lo yin e lo yang della filosofia orientale, sono insieme come base imprescindibile di un percorso che si snoderà prendendo forme diverse a seconda di ciò che sarà richiesto dal momento.

centauro, virilmente pronto al galoppo, l’“Acqua” come una plastica figura femminile, forse una sirena, emersadalle nebbie del mito. E ancora l’“Aria”, un’altra figura maschile le cui ali caratterizzano un corpo che sembra però saldamente ancorato alla terra, come parte di un tutto in cui ogni elemento è essenziale. Per ultima la scultura di un drago, il “Fuoco”, connotato nei suoi tratti caratteristici, ma privo di particolarità di genere. In tutte le sculture di Maiorana, i volti con le orbite vuote sembrano fissare l’eternità, immobili e antichi come il mondo, mentre sono le posizioni del corpo a suggerire la personalità: il “Saggio” nel tipico atteggiamento di chi medita, il “Guerriero” armato di scudo e aggressività, la “Donna” in una posizione raccolta ed elegante, la “Madre” morbidamente accogliente dal ventre arrotondato. Il “Poeta”, la “Danza”, l’ “Attesa”, i “Gemelli”, la “Luna”, il “Totem” sono le immagini, i concetti o le sensazioni, concretizzate nelle patinate sculture, ma ritengo che l’opera l’ “Infinito” sia quella che riassume il mondo interiore e le scelte artistiche di Maiorana per il forte valore simbolico. E’ affascinante vedere come il volto immutabile abbia acquisito un’espressione di attesa, di stupore, uno sguardo curioso e pieno di speranza oltre quello che può essere considerato o un limite o una finestra sul futuro, attraverso la quale guardare ciò che ancora non si conosce ma si desidera affrontare; è la metafora dell’uomo, del suo “ulissismo”, del continuo superamento di ciò che limita, del guardare sempre oltre ed è in questo che ognuno di noi si ritrova, perché il passato è sempre un trampolino per un futuro. 


Marilena Cheli Tomei

Saggista e storica

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